martedì 29 novembre 2016

Scambiamo!

Stamattina ci siamo collegati su Skype con l'Istituto Asproni-Fermi di Iglesias. Questa volta l'idea non è partita da me, ma da un amico di gioventù, che mi ha chiesto di far conoscere gli alunni, suoi e miei, virtualmente. Loro avevano un evento su internet e noi dovevamo mandare un video per la mattina (niente diretta causa differenza di fuso orario) e poi collegarci su Skype per il loro pomeriggio.
Ecco, una di quelle situazioni che normalmente mi entusiasmano, ma che in questo momento, per alcuni problemi di salute, mi ha spiazzato completamente.
Insomma di fatto fino a ieri non avevamo niente di pronto...
Ma io non demordo, mi fido della fortuna e confido negli studenti!
Alle 10 del mattino ne ho convocato alcuni per la registrazione del video, ho assegnato un argomento da preparare in due secondi e registrare in un paio di minuti e via! 
Video pronto!
Stessa cosa per il collegamento: distribuiti gli argomenti ai nuovi studenti in due secondi ed eravamo pronti.
Nessuno si è tirato indietro.
Nessuno mi ha detto: prof, Lei è pazza, Le faccia Lei le figuracce internazionali.
Un po' perché sapevano della mia testardaggine, un po' perché gli piaceva l'idea.

E mentre parlavano e raccontavano come funziona la loro scuola e il loro paese, io me li guardavo.
In totale ammirazione.
Per quella gioventù che era emozionata di vedere su uno schermo altri ragazzi come loro, che ridacchiava e commentava, Si facevano domande che rimbalzavano da un lato all'altro dell'oceano. Volevano davvero conoscersi.

Non è in fondo questo che andiamo a fare ogni mattina in classe?
Aprire le menti e i cuori, i loro e i nostri, a nuove emozioni, nuove idee, al confronto, alla curiosità, all'altro diverso da noi, con cui, anche a distanza di un oceano, viviamo tutti i giorni.

I miei studenti hanno parlato senza esitazioni, usando tutto l'italiano che hanno imparato, guardandomi di tanto in tanto, per avere conferma che tutto andasse bene, ma anche un po' per vedere quanto ero orgogliosa di loro.


Giornata fortunata.

venerdì 26 agosto 2016

In altre parole

Conosco cinque lingue.

Sette, volendo considerare il latino e il greco antico, che qui negli Stati Uniti si ritengono idiomi vivi seppur antichi.

La passione per le lingue è nata in me come desiderio comunicativo, curiosità dell'altro e dell'altrove, speranza in una diversità migliore.

Perdere la sicurezza, osare, sperimentare il rischio della libertà nel viaggio attraverso una nuova lingua sono sempre state le mie motivazioni maggiori per imparare.

E ora che mi trovo dall'altra parte della cattedra (che uso ben poco, diciamolo) ho il compito difficile e affascinante di catturare nella rete delle lingue i miei studenti e fargli anche vedere che la fatica alla fine sarà valsa la pena.

In questo percorso minato ho letto un libro che sicuramente proporrò alle mie classi quest'anno: In altre parole, di Juhmpa Lahiri.

Non presento mai opere di autori stranieri tradotte in italiano; mi sono spinta al massimo a presentare alcuni libri di racconti di immigrati che vivono in Italia e che hanno comunque scritto in italiano e presentano spesso uno sguardo interessante sul nostro paese e sulle nostre abitudini.

Questo libro però è ancora più speciale: si tratta della storia d'amore di una scrittrice statunitense di origini italiane. Non amore verso il maschio italiano di turno, ma bensì verso la lingua italiana.
Un innamoramento linguistico che l'ha portata a trasferire tutta la famiglia in Italia, dopo aver tentato di imparare la lingua passando da un insegnante  a un altro, senza successo.

Il figlio di questo amore è In altre parole: un libro in cui Jhumpa Lahiri descrive minuziosamente i tormenti, la passione, il trasporto intellettuale ed emotivo verso una lingua e una cultura che lei è poi riuscita a conquistare scrivendo interamente in italiano un libro, che  ha poi anche vinto il Premio Pulitzer.

Buona lettura!

mercoledì 24 agosto 2016

E-S-A-U-S-T-A

Oggi la giornata lavorativa doveva cominciare come sempre alle 7:30.
E finire alle 15:30.
Invece erano le 7:40... E in ogni caso non andrò via prima delle 17:00...

Mi è stato fatto notare che ero in ritardo.
Sarei dovuta essere in classe alle 7:30.

Come faceva quella canzone... "Datemi un martello..."

Il mio blues di oggi ricorda molto uno sketch di Avanzi del secolo scorso...

Insomma, lo dico.

Io oggi mi sono alzata alle sei e un quarto, ho aiutato i bambini a vestirsi, mi sono preparata, ho fatto colazione con loro, ho preparato il pranzo da portare a scuola, la merenda per il doposcuola, li ho rimproverati perché nel frattempo si erano rinchiusi in camera con l'IPad, zaini in spalla, metti le scarpe e via in macchina per arrivare presto dalla mamma di un amico dei bambini che oggi mi avrebbe aiutato ad arrivare presto a scuola...

Niente, sono arrivata in ritardo.

La campanella è suonata appena varcata la soglia della scuola.

Troppo tardi.

Allora mi si è avvicinato il capo e mi ha chiesto: "Problemi?".
Tanto io le domande retoriche le sniffo a un chilometro...

Ho provato a spiegare la storia delle sei e un quarto, dei bambini...

Poi, così, per sapere se ero nei guai, ho mandato una mail di conferma.

La risposta è stata: "Non ancora."

Ecco.

Un "Non ancora" può vanificare tutti i risultati (altissimi e inconfutabili), tutto il lavoro extra, gli scambi con l'estero a costi ridotti, i progetti, il lavoro sui social media per affascinare gli studenti e promuovere la materia, tutta la tecnologia usata e fatta usare, tutti i corsi di aggiornamento organizzati per condividere il lavoro.

Quel "Non ancora" è risuonato come un "Non ci sei ancora".

Eppure io ci sono proprio, non potrei immaginare di fare di più.

Non solo. Credo che il fatto che io mi alzi alla ora in cui mi alzo (giuro, non lo ripeto!), che abbia dei bambini, che faccia degli errori da essere umano, tutto questo penso mi renda un'insegnante migliore.
I miei studenti sanno che possono sbagliare e sanno che posso sbagliare io.
Non solo: sanno che non esistono punizioni per chi fa errori.
Certo, a seconda degli errori possono esserci delle conseguenze, ma nessuno viene punito per gli errori che commette.

Adesso le mie viscere mi dicono che è ora di riposare, che basta con tutte le attività extra, che arriverò in orario, ma in orario me ne andrò anche e che i minuti in più li conterò e li sconterò e che le mie energie verranno investite in palestra anziché a scuola e che all'ora di pranzo anziché essere a disposizione degli studenti mi barricherò in classe così non mi troverà nessuno!

La fregatura arriva quando apri una cartella sul desktop e trovi i progetti di chi è andato in Italia e ci ha lasciato il cuore, i messaggi di ringraziamento degli studenti...
Peggio ancora quando quelli che credevi dispersi tornano a studiare con te, perché le tue lezioni gli mancavano...

Insomma, ancora una volta il magone cede il posto alla rivoluzione.

Domani si ricomincia, alle 7:30.



mercoledì 11 maggio 2016

La supplente


Quando si avvicinano gli esami importanti degli alunni io mi stresso un po'.

Allora mi rifugio nell'aula insegnanti, trovo un angolino sui divani sfondati e ci sprofondo.
Da un paio di giorni sono in compagnia.
Una supplente viene a passare la quinta ora nella stessa aula insegnanti.
Chiaramente ha anche lei l'ora buca.

È una signorona alta, ben piazzata, con collana e sportina leopardata su ruote al seguito, una di quelle che usano le vecchiette per fare la spesa, ma con dei tratti esotici.

Ieri la supplente si è puntata lo smartphone sulla faccia e ha cominciato a girare per la stanza: braccio teso tipo bastoncino da selfie, sorriso stampato, corrugato solo nella ricerca spasmodica dell'esposizione perfetta. A un certo punto ha visto un rotolo di carta rossa e lo ha srotolato, tipo sfondo da fotografo, ci si è genuflessa davanti, sempre con il sorriso Colgate pronto a colpire, nel caso l'esposizione e lo sfondo si fossero improvvisamente presentati nel loro aspetto migliore.
"Devo farmi la foto del profilo per X", mi ha detto.
X è una casa cosmetica. Il suo secondo lavoro.
La ricerca della perfezione mi ha coinvolta e ho cominciato anche io a darle consigli, a cercare l'angolazione più adulatrice, a suggerire la luce naturale della finestra rispetto alla luce al neon, molto meno compassionevole.

La scena mi ha divertito parecchio e la signora mi faceva morire dal ridere.

Oggi è tornata.
Mi ha salutato e mi ha informato della sua decisione di fare meditazione tutti i giorni.
Poi ha impostato il timer sullo smartphone, ha preso una scatolina, ne ha tirato fuori un rosario lunghissimo blu e ha chiuso gli occhi.
La posa meditativa richiedeva le mani giunte sul petto, i piedi ben saldi per terra, le labbra che sussurravano gli avemariapadrenostro e gli occhi, quelli, sempre ermeticamente chiusi.
La signora ha meditato per dieci minuti esatti (fino allo squillo dello smartphone) e poi si è rilassata sul sofà, mentre io, ebete, la guardavo sorridente,

Chissà cosa mi faceva gongolare.
Forse il mix pre-post-o-durante menopausa del quadretto che avevo ammirato per due giorni di fila.
O forse mi sentivo così, non so, professionale, rispetto a lei, così meditativa di mezz'età.

Come in un flash mi sono vista proiettata davanti ai miei occhi.

Io, sfatta dal troppo lavoro, sopraffatta dalle emozioni di fine anno e dallo stress di una professione che non ripaga e che richiede di accontentarsi delle briciole per ritrovare le energie e continuare l'anno dopo, con alunni nuovi; nuove sfide per cui spesso non sono pronta, perché queste sono nuove e io avevo appena imparato a fronteggiare le situazioni vecchie e non impreviste...

La supplente selfiemeditativa improvvisamente mi è sembrata così umana, così simile a me e compassionevole.
Entrambe piene di lavoro, in balia della lotta per la sopravvivenza, ma lei alla ricerca del lato affascinante del suo selfie, della sua bellezza, che io in me nemmeno più cerco, tanto sono stanca.
Lei, che si prende cura della sua bellezza anche interiore, io, che mi arrendo sul divano alle avversità e dentro ho al massimo la gastrite.

Praticamente, lei una dea greca, io una povera tapina.

Ma finirà, anche quest'anno finirà.


mercoledì 6 aprile 2016

Vabbé, sono a corto di energie...
Vi ripropongo un post di un altro blog, più attuale che mai...

La sindrome della maestrina dalla penna rossa

Essere un insegnante non è una bella cosa.

Cioè, è un mestiere meraviglioso, si cambiano delle vite, si danno opportunità, si cambia il mondo...

Si è esposti però a molte malattie contagiose: l'influenza, il raffreddore, virus di tutti i tipi.

Siamo d'altronde circondati da piccoli e giovani esseri umani portatori di ogni tipo di virus o batteri esistenti sulla faccia della Terra. 

Ma il morbo peggiore che si possa contrarre a scuola è uno: 
la sindrome 
della maestrina 
dalla penna rossa!!

Terribilmente contagiosa, presenta i seguenti sintomi:
1. eccessiva attività di udito e vista, che consentono di rilevare ogni pur minima anomalia nella produzione del linguaggio altrui, scritta o orale (congiuntivi inesatti o inesistenti, uso scorretto delle preposizioni, pronomi impazziti...)
2. sensazione di irritabilità e scarso autocontrollo che spingono il paziente a far notare al malcapitato produttore di irregolari e scorrette strutture linguistiche l'imperdonabile errore.
3. paralisi dei muscoli maxillo facciali che portano le sopracciglia a contrarsi spasmodicamente e le palpebre a sbattere ripetutamente ogni qualvolta l'errore venga ripetuto.
4. Nella fase più acuta si sviluppa inoltre una totale incapacità sensoriale alla rilevazione dei propri errori, in quanto il paziente soffre anche di un'ulteriore patologia nota come "mania di superiorità".

Possibile cura:
Esporre il paziente a una terapia d'urto conosciuta come "Guarda la RAI di pomeriggio", ovvero posizionare l'individuo in questione di fronte a uno schermo che trasmetta i vari talk show caratterizzati da loquacità purulenta e ammorbante. In caso di residenza all'estero, sostituire all'elemento RAI un qualsiasi canale tv. 
Trattasi di terapia intensiva e molto pericolosa, con dosi da non somministrarsi per più di due pomeriggi a settimana.

Altra cura: la registrazione delle elocubrazioni del paziente, con qualsiasi mezzo a disposizione: registratore, cattura immagini per elucubrazioni su Facebook, blog, Twitter o qualsiasi mezzo scritto il paziente usi per dimostrare la propria superiorità. Esporre poi il paziente al prodotto finale.

A volte di fronte alle proprie produzioni linguistiche si verifica un bagno di realtà (reality check) che può guarire quasi istantaneamente il paziente.

Ma soprattutto.
Facciamolo ridere questo paziente!!!

L'insegnante colpito da sindrome della maestrina dalla penna rossa è di solito coscienzioso, dedica ore ed ore a costruire il futuro dei propri alunni, prima, dopo e durante il normale orario scolastico, ed è realmente esposto a batteri preposizionali, virus congiuntivi, idee distorte e ormoni adolescenziali impazziti.

Per una guarigione soft alternativa sono utili prese per il naso, vignette, soprattutto se satiriche, caricature e musichette canzonatorie.

Non dovessero funzionare, 
anche 
un bel 
VAFFANCULO
sarà 
d'uòpo.

giovedì 24 marzo 2016

Siamo qui per essere felici

Ho avuto una settimana pesante.
Il furto della mia borsa, con conseguente perdita dei documenti e delle carte di credito mi ha notevolmente stressato.
Per giunta questa settimana i miei studenti dovevano sostenere degli esami, per la prima volta online, e siccome io motivo tutti a partecipare e impegnarsi, ne dovevo gestire, da sola, ben 100 in due giorni.
Una settimana pesante.

Dover domare poi gli studenti dell'ultimo anno, chiedendo un po' di silenzio per poter organizzare l'esame nel modo più sereno, e vederli invece che facevano un po' quello che volevano proprio quando era necessario dare le istruzioni, non ha aiutato.

Oggi però gli studenti del livello 3 sono arrivati, silenziosissimi si sono seduti, hanno aspettato le istruzioni, le hanno seguite, i problemi tecnici che abbiamo incontrato sono stati risolti immediatamente e senza problemi.

E allora mi sono chiesta il perché.

Quando questi ragazzi erano al livello 2, c'erano stati alcuni problemi nella divisione delle classi.
Insomma, per farla breve, avevo una classe di livello 2 avanzato con 44 alunni.

44.
44.
44.

Da preparare per sostenere l'AP di italiano.
A cui far raggiungere livelli avanzati di contenuti e competenze.

Lì mi sono chiesta come fare.

Potevo scegliere il metodo frustali tutti i giorni come i leoni al circo, potevo scappare.

Invece sono entrata in classe e gli ho detto chiaramente che insegnare a un gruppo di 44 ragazzi l'italiano, far praticare loro l'orale e lo scritto tutti i giorni, dare a ciascuno un piccolo spazio a cui avrebbero avuto diritto, era impossibile.

A meno che...

A meno che non lavorassimo insieme tutti quanti, non ci responsabilizzassimo tutti a rispettare i momenti di ascolto e di produzione, non collaborassimo a rendere quell'aula sovraffollata un luogo di rispetto e di armonia.

Ho anche spiegato che il mio obiettivo era lo stesso obiettivo loro: che imparassero l'italiano. E che se questo non fosse stato possibile, le conseguenze sarebbero state catastrofiche per tutti noi, visti i numeri.

Ho raccontato loro di un video che avevo visto su un insegnante giapponese che insegnava ai suoi alunni che a scuola bisognava andarci per essere felici, e che anche io credevo che la scuola dovesse portare felicità, crescita e progresso.

Intimiditi quanto basta dal numero di coetanei che circondava ognuno di loro e dal numero di banchi che impediva qualsiasi movimento, hanno accettato.

Per tutto l'anno ognuno di loro ha avuto 30 secondi al giorno per parlare, cinque minuti per scrivere e il resto della lezione, per fortuna gestita in maniera collaborativa, almeno quella non misurata in termini di tempo...

Ogni volta che succedeva qualcosa per cui l'ordine creato rischiava di crollare, quando arrivavano le lacrime, quando tutto diventava difficile, ci fermavamo e ci ricordavamo che eravamo lì per essere felici, che non avremmo permesso allo stress di entrare nella nostra classe.

Avevamo anche un momento tutto nostro.
Una canzone.

Quando finivamo il lavoro che ci eravamo ripromessi di fare, cantavamo la nostra canzone, a squarciagola.

Ha funzionato.
E si va avanti un altro giorno.


martedì 22 marzo 2016

Grazie!

Quest'anno ho dimenticato di insegnare qualcosa di fondamentale.
L'ho dato per scontato.
Mi sono ritrovata degli studenti simpatici, in gran parte motivati, e così ho dimenticato una parte molto importante del mio insegnamento.

Ma cominciamo dall'inizio.

Un paio di anni fa, una collega con molti anni di esperienza che le erano valsi la fama di strega-regina, maga dalla bacchetta incantata che trasformava gli studenti in perfetti francesi una volta che varcavano la soglia della sua aula, questa collega dicevo, era furibonda.
''Gli studenti,'' diceva,''sono degli irriconoscenti.''
Lei passava le giornate, le serate, a volta fino a molto tardi, a lavorare per loro. Si caricava di lavoro e si assumeva responsabilità di ogni tipo per dare loro delle opportunità.
Senza mai un ringraziamento, un gesto qualsiasi di riconoscimento di quello che faceva per loro.

Ora, prima o poi durante l'anno scolastico mi sa che tutti ci sentiamo così.
Chi lavora bene, di solito lavora troppo.
Un collega italiano mi diceva sempre: "Se hai un lavoro da affidare a qualcuno, affidalo a chi è già impegnatissimo, probabilmente lo farà bene."

Un po' non sappiamo dire di no, un po' non vogliamo che gli studenti perdano delle opportunità.

Ma perché degli studenti, che daltronde facevano tutto quello che veniva loro chiesto, arrivavano a non mostrare alcuna gratitudine verso una persona che dava loro tanto?

Perché nella maggior parte dei casi, non glielo insegna nessuno.

Nella società in cui viviamo, anche nella società americana, tanto incline all'acquisto dei bigliettini di ringraziamento per qualsiasi occasione, che festeggia la settimana dell'infermiere, dell'insegnante, del capo e così via, per invitare tutti a ringraziare chi col suo lavoro migliora la società, anche qui, sembra che ai ragazzi bisogna rendere tutto semplice, divertente, e sembra che questo inzuccheramento della pillola-apprendimento sia loro dovuto. Così come in famiglia tutti i sacrifici dei genitori siano ugualmente dovuti.
Non su loro richiesta però, quanto per mancanza da parte nostra di un insegnamento fondamentale: la pronuncia sincera e ben assimilata della parola GRAZIE.

Insomma ai bambini e ai ragazzi a dire grazie non lo insegna nessuno. Non è che loro non nutrano sentimenti di riconoscimento nascosti in fondo al cuore, è  che non non gli chiediamo di esternarlo.

Così, qualche anno fa mi ero messa d'impegno a sottolineare ai miei studenti ogni sforzo che facevo che andasse anche solo vagamente oltre il minimo richiesto per non perdere il lavoro.

Semplicemente, in classe, ogni volta che un quiz andava bene, che qualcuno si rendeva conto di essere migliorato, che dicevo loro cosa avevo organizzato per la settimana dopo, chiedevo alla classe: "E cosa si dice alla Prof?"
La risposta corale era: "Grazie, Prof.!"
Si faceva un po' per ridere, un po' per fare cionfra, come si dice dalle mie parti,
Ma il messaggio passava.

Avevo spiegato loro la mia teoria sul fatto che loro non sapessero esprimere la gratitudine, pur provandola, e loro avevano convenuto con me che in effetti non gli veniva mai chiesto di esprimere questo sentimento.

Quest'anno, accidenti, ho dato per scontato che lo sapessero fare.
Le lezioni di gratitudine non sono cominciate e siamo già a marzo...

Mi tocca fare un corso accelerato e rischio la rivoluzione...

Rivoluzione sia!

Da domani si comincia.

Non è mai tardi per cominciare a dire grazie, daltronde.

Prego!

domenica 20 marzo 2016

Gli esami non finiscono mai

Gli Stati Uniti sono una macchina da valutazione.
Il feedback viene chiesto per tutto.
Anche per il lavoro svolto da un commesso al negozio di scarpe.
Feedback = valutazione.

L'idea è che se il lavoro, una prestazione, una competenza, vengono valutati, il servizio migliora perché dagli errori evidenziati o anche dai complimenti ricevuti, si può trarre una lezione che ci consente di apportare le necessarie modifiche.
E se tutto va bene, se il feedback è positivo, anche in quel caso possono esserci delle modifiche: magari si diventa più creativi!

In Italia, già dai tempi in cui tentava Berlinguer di introdurre una qualche proposta di valutazione della professione insegnante, si gridava allo scandalo.

Certo, anche perché la professione insegnante (che applicava alla valutazione degli studenti la regola:
10 lo prende Dio, 9 lo prendo io, tu al massimo prendi 8) era alquanto terrorizzata all'idea che la stessa regola venisse applicata anche a lei.
Ma anche perché in Italia, anche oggi, si vive la valutazione basata sul binomio promosso o bocciato, una valutazione decisamente punitiva, che , ho scoperto con terrore recentemente, porta i genitori a commettere delle incredibili violenze, anche fisiche sugli insegnanti, sfortunatamente spesso senza reali conseguenze che li tutelino.

Qui la valutazione è continua (ci si aspetta un minimo di due voti settimanali per alunno e che questi voti corrispondano alle stesse prove di valutazione sostenute da tutti gli alunni) ma decisamente costruttiva.
Se i miei studenti non vanno "bene" in un quiz, in un test, hanno una settimana di tempo per sostenere nuovamente la stessa prova, o una equivalente (più o meno a seconda di cosa io ritengo più valido e/o opportuno). Prima di risostenere la prova hanno quindi la possibilità di venire ai tutorial, cioé di presentarsi all'ora di pranzo nella mia aula per chiedere e ricevere spiegazioni su un argomento non ben compreso. Quando devo essere disponibile io? Due volte la settimana, secondo quanto richiesto dalla scuola. In realtà sono pochi quelli di noi che non offrono il loro aiuto praticamente ogni giorno, anche dopo l'orario scolastico.
Sì, si valuta molto, ma si valuta a brevi intervalli, su brevi parti del programma e quindi guidando gli studenti verso il reale apprendimento. Nessuno dovrebbe arrivare al test senza averne appreso tutte le 
singole parti.

Passano tutti? Certo che no! Il materiale umano, che parli inglese, francese, russo, spagnolo o italiano, è sempre lo stesso: adolescenti. Esseri umani ancora non completamente completi che ci metteranno ancora almeno un cinque, sei anni se tutto va bene a capire che i prof scocciano tanto per motivi validi...
Ma per l'adolescenza ancora non è stato trovato un rimedio, quindi si va avanti!

I vantaggi della valutazione a go-go sono tanti negli USA.

Per esempio, se l'Esame di Stato in Italia può eventualmente servire a precedere qualcuno in una graduatoria, o magari a venir considerati semplicemente "tanto bravi", qui gli esami AP (Advanced Placement), equivalenti a degli esami nazionali, servono per accumulare crediti da utilizzare sia per venir scelti dalle migliori università, sia per un percorso universitario più breve (quindi anche meno caro, visti i costi degli studi negli USA), che per l'accesso ai livelli più avanzati delle varie materie.

Nella mia scuola in particolare si offre anche il Baccelleriato Internazionale, che diventa un po' un diploma nel diploma (europeo tra l'altro, nato in Svizzera) e realmente serve a formare studenti capaci di operare in vari ambienti mostrando competenze ma soprattutto la capacità di acquisirne sempre di nuove con grande facilità.

Esamifici? Sì, ma utili, formativi e atti a verificare in corso d'opera (non alla fine di un quadrimestre, di un anno scolastico o di tutto un liceo) se sono necessari interventi da parte di insegnanti e studenti.

Chiaramente la valutazione esiste anche per noi prof.
Questa valutazione, per la quale veniamo preparati accuratamente, si basa sul lavoro in classe, sui rapporti con i colleghi e con i genitori, sui risultati degli studenti, sulla collaborazione collegiale e sulla professionalità in generale. È una valutazione olistica, ma basata su prove concrete (record di contatti con i genitori, programmazione disponibile e pubblica, ecc) e varie visite in classe del valutatore, che dopo aver osservato il lavoro svolto, ne valuta in maniera costruttiva ogni singolo aspetto secondo delle rubriche dettagliate.
Sempre tutto rose e fiori?
Sfortunatamente no.
Può sempre capitare di incappare nel precisino di turno che ama mettere in rilievo le pecche di ognuno di noi, che sicuramente, se davvero lavoriamo tanto, le pecche le accumuliamo, anche quando cerchiamo di essere perfetti...
Io però, devo ammettere che finora mi è andata bene e a parità di impegno rispetto a quando lavoravo in Italia, qui ho visto molti miei sforzi più riconosciuti.

Ecco alcuni link per chi volesse saperne di più:
AP Italian
Baccelleriato (o Baccalaureato) Internazionale